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La medicina di oggi in bilico tra medici bravi e buoni



LE ANALISI DEL PROF. LUIGI TESIO SU COME RIDARE CREDIBILITA’
ED EFFICACIA ALLA MEDICINA CLINICA E RIFONDARE LA FORMAZIONE DEL MEDICO

«La medicina clinica, basata sul rapporto individuale medico-paziente è in crisi. È schiacciata fra biomedicina (che si occupa di parti della persona: organi, cellule, molecole) e sanità (che si occupa di popolazioni nella quali le persone sono unità anonime)».

Non sono soltanto i pazienti, il pubblico generico o i giornalisti a constatarlo ed affermarlo, ma anche chi ci lavora all’interno.
Ne parla il prof.  Luigi Tesio nel suo recente volume "I bravi e i buoni. Perché la medicina clinica può essere una scienza" (Il Pensiero Scientifico Editore).
Il prof. Tesio è direttore dell’Unità Clinica e del Laboratorio di Ricerche di Riabilitazione Neuromotoria dell’Ospedale San Luca, Istituto Auxologico Italiano. Docente di Medicina fisica e riabilitativa all’Università degli Studi di Milano.


Alcune domande al prof. LUIGI TESIO

Da quale esigenza nasce il suo libro I bravi e i buoni?
Il libro nasce dall'esigenza di comprendere e spiegare perché una disciplina come la medicina fisica e riabilitativa, ma a ben vedere tutte le discipline con alta intensità relazionale (psichiatria, geriatria, pediatria, medicina interna...) stiano perdendo peso e prestigio complessivo dal punto di vista dell'immagine scientifica. Rispondendo a questo sono stato premiato trovando risposte anche a molte altre domande.

Come si colloca questo volume rispetto alla situazione attuale della sanità pubblica italiana? Quali sono secondo lei le problematiche maggiori della sanità italiana?
Il volume va contro corrente nell'affermare che la medicina "clinica", l'attività di diagnosi e cura del singolo malato ad opera del singolo medico, va considerata (e sviluppata) come attività propriamente scientifica, non come insieme subalterno di gesti tecnici, magari artistici e umanitari ma comunque non scientifici. Questo deprezzamento sostanziale della clinica sta dietro disparati segni di crisi della medicina che a sua volta genera problemi alla sanità: Ne cito soltanto alcuni:
- la crescita parallela ( e paradossale) di medicina difensiva e medicina "alternativa"
-la sovradiagnosi e la crescita inarrestabile di spesa diagnostico-terapeutica "inappropriata"
-la proliferazione di linee-guida, "evidence-based medicne" associata a frustrazione del medico
- l'inflazione di frodi scientifiche e di "predatory publishers" nel "mercato" delle citazioni bibliografiche che divengono unità di misura di produttività della ricerca e influenzano le scelte sanitarie (oltre che le carriere accademiche)
- il conflitto università-ospedali nella gestione della formazione medica
- il conflitto fra medici e altri operatori sanitari in merito alla specificità e all'autonomia degli atti medici stessi.

Che tipo di medicina e di "nuovi medici" stiamo creando? 

Stiamo creando sempre più medici-biologi o medici-amministratori, operatori sempre meno distinguibili da biologi e da manager, rispettivamente in bio-medicina e in sanità. Il clinico perde statura, il paziente perde il "suo " curante: cerca e trova sempre più spesso impersonali linee-guida oppure figure "alternative". Per il giovane medico è premiante occuparsi di settori sempre più parcellari nei quali saper fare una cosa vale molto più che saper scegliere che cosa fare. Ovviamente, occuparsi di qualcosa che si può guarire conviene rispetto ad occuparsi di qualcosa che si può solo curare.

Da dove viene questa deriva "bio-sanitaria"?

Viene da lontano ovvero da una interpretazione "estremista" del modello scientifico sperimentale nato nel 1600. Osservare il fenomeno nel suo insieme (disabilità, dolore,alterato comportamento) e curare utilizzando anche la relazione e non soltanto la biologia (esercizio motorio, terapie fisiche, esercizio cognitivo, psicoterapia) è considerato palliativo, assistenziale, sintomatico, arbitrario: una Cenerentola rispetto a ricerca ed eradicazione con metodi "oggettivi" di "cause" biologiche. La scienza è dei bravi e sta nella biologia o nella sanità, l'assistenza è dei buoni e sta nella clinica. La causa comune è questa, alcuni effetti li abbiamo appena visti.

Se non si propone una "medicina alterantiva", quale è la proposta di correzione?

Non sta in nulla di "alternativo" al nostro grande modello scientifico che ha prodotto antibiotici e trapianti, ma nel recupero di una rivalutazione della "scientificità" di metodi e di interventi confinati ormai nelle scienze psicologiche e sociali, dove invece hanno avuto grande sviluppo. La ricerca medica "sulla persona" (la "behavioural science" anglosassone) deve rivendicare specificità nelle variabili oggetto di studio (disabilità, dolore, competenze mentali ecc.), nella statistica psicometrica, nei disegni sperimentali diversi da quelli nati per la ricerca farmacologica.
La formazione medica, sia di base sia specialistica, deve adattarsi precocemente alla costruzione di un bio-medico invece che di un clinico, invece che di un epidemiologo-manager. Una laurea comune cui si sovrappone una specializzazione scelta dettata in buona misura dall'esito di quiz non genera una forma mentis ottimale. Ovvero: 2 + 2 non fa quattro. Bisogna puntare a 4 fin dall'inizio.
Negli ospedali e nel territorio la figura del medico va rivalutata, e non soppiantata da altre professioni sanitarie: ma certamente va differenziata fra figure formate per "prendersi cura" della persona finalizzando a questo scopo il lavoro di una intera équipe, e specialisti formati per essere "ultra-settoriali", indispensabili solisti ma non direttori d'orchestra.
Se non si riafferma e non si coltiva scientificamente la clinica tutto questo non è possibile.



(2016-02-08 12:17:40)